cuore traboccante di Paterson, scriveva.

ieri Lisbona era di un bianco ancora più brillante del normale. provate a piangere per ore con le lenti a contatto. mi raccolgo e penso a quanto ho pianto per queste strade. dopo il mio letto è il posto dove nella mia vita ho più pianto per le strade, senza pudore. ieri a camoes, davanti ai giapponesi – una cosa inedita per la loro cultura vedere qualcuno che piange così apertamente. forse, se ci fosse stato qualche napoletano, qualcuno alla de filippo, alla filomena marturano, sarebbe corso e mi avrebbe abbracciato. i giapponesi no, si limitiano a guardarti sfuggevoli e imbarazzati. fatto sta che qualcuno che è corso e mi ha abbracciato c’è stato. ho pianto un anno e mezzo fa sul 767 dopo un dolore lancinante allo stomaco mai provato che si è sciolto solo con quella liberazione, delle lacrime. ho pianto dovunque su quell’altra collina l’altro scorso. per settimane, quasi mesi. sulla metro, al centro commerciale residencial buttata su un divanetto. tre anni fa ho pianto a Rato, alle 9 di mattina seduta alla pensilina del 74, poi a casa – vai a luta – ma alla luta non ci sono andata. ma ora vedo quelle lacrime con tenerezza, niente di più. tenerezza per me ovviamente, per quella bambina che come direbbe il piccolo principe è dentro ogni adulto. solo che ce lo dimentichiamo. quattro anni fa, esattamente quattro, ho pianto a oriente seduta a un tavolo da caffè. ma anche quello è durato poco. ma quelle erano solo lacrime di coccodrillo, non di dolore.
ho pianto anche quando ho lasciato questa città, su un taxi alle 5 di mattina. e mi ricordo quel ragazzo nero in bicicletta che, forse ubrico, salutava il taxi e sorrideva. e forse queste ultime, solo queste ultime, sono le lacrime che nascono da me, da un dolore interno e non causato. quelle che mischiano felicità e saudade e buoni ricordi e certezza che si lascia qualcosa che non si tornerà a rivivere. si deve essere questo la saudade. come quel “fare la stanza del figlio ormai morto”. curare un ricordo con tenerezza. curare quella rosa che hai lasciato su quel pianeta lontano. ecco.

aroutalibera

un anno e due giorni fa riprendevo a scrivere sul defunto e bonanima splinder con le mie classiche due righe e mezzo su una canzone ad alto volume di mia martini illusa* proveniente da una finestra del mio paese. mentre passavo in bicicletta. ho sempre scritto e letto tanto per conto mio, ma l’epoca della comunicazione instantanea e democratica mi fa perdere tempo e mi mette a disagio. di recente ho letto un articolo (non so dove e non pubblicherò qui il classico link come nella e-tichetta dei blog) sul fallimento del multitasking e su come la mente umana proceda secondo il ritmo cardiaco, battiti. uno per volta. sennò rischio di burn-out e ansiolitici sul comodino. ormai tutti scrivono tutto e cani&porci dicono la loro. inizio ad avere nostalgia del concetto di “autorità considerata degna” che quando pensavi una cosa e quella persona per te autorevole ne parlava e/o scriveva ti dicevi che il tuo pensiero aveva un valore. inizio ad avere nostalgia degli “amici di penna”, dei CD che costavan 30 mila lire e aspettavi di avere i soldi per comprartelo e quando lo ascoltavi aveva valore quell’attesa. l’attesa. ve lo ricordate? aspettare qualcosa.
mi mette l’ansia questa cosa che si sa cosa fanno tutti e dicono tutto e come si vestono e tagliano i capelli e mangiano e che opinione hanno. mi mette l’ansia la gente sicura di sè. la gente asfissia. cristo santo quanto ha ragione glenn gould quando dice che per ogni tempo X di “compagnia” (materiale o virtuale che si voglia) si ha bisogno di tempo X di solitudine. ma anche X al quadrato mi sa.

*almeno tu nell’universo

da vecchi giornali ammucchiati che mi leggo quando ritorno a casa:

Grazie al latino so che ambiens, ambiente, è alla lettera ciò che ci sta intorno e ci circonda. La specie umana odierna ha rovesciato il senso e ora l’ ambiente è circondato da noi. Non so se è possibile salvarlo dall’ assedio, ma si può di sicuro volergli più bene. Questo coincide con volersi più bene tra di noi, bipedi senza ali. Abito in una stanza priva di riscaldamento, d’ inverno m’ imbacucco. Ma si può sfruttare una fonte inesauribile di caloria, la più potente che esiste nel corpo umano. Si tratta dell’ amore. Due che si amano sentono freddo solo quando si sciolgono dagli abbracci. L’ amore è un’ energia pulita e rinnovabile nel modo più impensato: spendendola tutta intera nell’ arco del giorno, amando a più non posso fino all’ esaurimento della scorta. Ecco che al risveglio è di nuovo lì, rigenerata, anzi con un leggero aumento. Prodigio dell’ amore è che si accresce quanto più lo si spende. La provvista del giorno va consumata come la manna quotidiana che rifornisce gli Ebrei nel deserto. Se fatta avanzare, marcisce. L’ energia amorosa ha la stessa modalità d’ uso, chi la risparmia la perde. Propongo perciò una consumazione intensa dell’ energia amorosa, col vantaggio di non rilasciare scorie. La pratica è virtuosa e produce contagio: due che si amano in pubblico fanno venire voglia a chi li osserva di attivare la propria centralina interna. Infine non ha controindicazioni né limiti di età. Amarsi di più non costa niente e fa bene all’ ambiente.

 

erri de luca, 22 aprile 2012.